Le promesse elettorali di Stefano #Fassina #LeU su economia e riduzione del debito pubblico

Stato della segnalazione:
open
Promessa di:
Stefano Fassina
Dichiarazione:

Due le strade parallele da percorrere per ridurre il debito pubblico italiano. Entrambe richiedono una qualche forma di cooperazione con le istituzioni europee, a partire dalla Bce, e con i principali partner dell’eurozona: un Paese che non ha più il controllo della politica monetaria, quindi anche della politica del cambio, della regolazione dei mercati di capitali e di merci e servizi, della politica di bilancio, non può affrontare da solo la sfida del debito pubblico. La prima strada, con epicentro domestico, è la crescita e la conversione ecologica dell’economia, da accompagnare a un’inflazione vicina al, ma sopra il, target del 2% previsto dalla Bce. In altri termini, le politiche nazionali e europee devono puntare sul denominatore del rapporto. Come? Attraverso gli investimenti pubblici in piccole opere, per riqualificare il territorio e rigenerare le periferie, e nelle politiche industriali selettive. Va qui evidenziato che l’utilizzo alternativo, in investimenti pubblici, delle risorse spese dai governi Renzi e Gentiloni per decontribuzioni e bonus (oltre 30 miliardi) avrebbe alimentato la domanda interna in misura largamente superiore: Nens quantifica la maggiore variazione del Pil in circa un punto percentuale all’anno. Infatti, una letteratura empirica sostanzialmente concorde stima il moltiplicatore della spesa pubblica in conto capitale, in contesti di deflazione e sotto-utilizzo delle capacità produttive, superiore a tre volte il moltiplicatore della imposte. Il contrario di quanto continuano ideologicamente a sostenere Alesina e Giavazzi (ancora una volta, l’11 Gennaio sul Corriere della Sera). Per attuare la linea di keynesismo ecologista ed evitare ripercussioni eccessive sulla bilancia commerciale, l’altra variabile decisiva, rileva il comportamento di chi ha praticato e imposto politiche mercantiliste estreme: la Germania, con surplus estero al 9% del Pil, frena la discesa dei debiti pubblici e genera deficit di domanda interna e disoccupazione nel resto dell’Eurozona. La seconda strada, di pari o superiore rilevanza, con epicentro a Bruxelles, anzi a Berlino e Francoforte, passa per un minimo di condivisione dei rischi sui tassi di interesse. Le difficoltà politiche sono evidenti. Tuttavia, è la soluzione da contrapporre alle proposte “tedesche” della Commissione Juncker, irricevibili in quanto aggravanti le divergenze territoriali e sociali. Per ridurre gli ostacoli politici, si incentra su meccanismi di mercato. E’ stata formulata dal prof. Marcello Minenna in diversi scritti (ad es, su ZeroHedge del 21/12/17). In estrema sintesi, prevede: da un lato, l’attribuzione al Fondo Salva-Stati (European Stability Mechanism) di funzioni di assicurazione dei debiti sovrani dietro il pagamento, da parte di ciascuno Stato dell’eurozona, di un premio di mercato (pari alla differenza tra lo spread medio della zona euro e lo spread dello specifico Stato), così da arrivare, in un decennio, alla convergenza dei tassi di interesse, condizione normale, anzi necessaria alla sopravvivenza di un’area a moneta unica; dall’altro, il re-investimento da parte dell’Esm dei premi pagati da ciascun Paese nel Paese stesso su programmi di infrastrutture verificati con l’ausilio dell’European Fiscal Board e co-finanziati da risorse nazionali escluse dal computo del deficit rilevante ai fini comunitari. In tale contesto, si può archiviare il Fiscal Compact e ripristinare l’art 81 della nostra Costituzione nella sua versione originaria. E’ una strategia complessa e difficile sul piano economico e sopratutto politico. Ma è l’unica realistica per rivitalizzare la “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Fonte:
Il Foglio
Data Dichiarazione:
20/01/2018
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Creato:
20 gennaio 2018, 19:40:04
Aggiornato:
23 gennaio 2018, 15:53:08